Storia Inquinamento Caffaro

Nel mondo i casi di inquinamento da PCB più noti si sono registrati negli anni ’60 e ’70 a Yu-Sheng (Taiwan) e Yusho (Giappone).

Il divieto di produrre PCB fu deciso in Giappone nel 1972 e negli Stati Uniti nel 1977.

Al giorno d’oggi, Anniston (USA) e Caffaro rappresentano gli unici episodi eccezionalmente gravi di accumulo di materiale tossico (PCB, ma non solo) in aree ristrette.

La Caffaro in città
La collocazione della Caffaro all'interno della città di Brescia, nel corso del secolo di storia dell'azienda, ha determinato una conflittualità pressoché permanente fra la fabbrica generatrice di effetti nocivi e l’ambiente circostante. Già a partire dalla riconversione della cava di ghiaia, utilizzata per costruzione dello stabilimento, a discarica di peci e scarti di produzione con dispersione di inquinanti nel terreno di tipo alluvionale.

Acqua di falda
Inoltre, furono utilizzate per decenni ingentissime quantità di acqua di falda. L’acqua emunta con sette pozzi, venne scaricata per anni “arricchita” di tutte le sostanze tossiche entrate in produzione, nella roggia da cui si irradiava il sistema di irrigazione dei campi a valle della stessa fabbrica.

Primo grave episodio
Nel 1916, il primo episodio riscontrato di grave inquinamento del suolo e delle falde idriche. Nel maggio di quell'anno, in alcuni capannoni, venne ospitata la ditta di coloranti Bonelli che, come sussidiaria dell'esercito, aprì un reparto per la produzione di liquidi esplosivi a base di acido cloridrico o muriatico e clorobenzolo. Alle emissioni di cloro e mercurio si aggiunse così il benzolo.

Situazione fino al 1918
L'inquinamento acuto delle acque seguitò fino al 1918, con la sospensione della produzione di monoclorobenzolo, e interessò circa 350 abitanti a sud della fabbrica, da Borgo S. Giovanni a Chiesanuova, riforniti di acqua potabile con carribotte da innaffio.

Formazione di diossine
Ad allora, risale anche la dispersione in ambiente delle diossine, formatesi da reazioni parassite alla produzione. In seguito verranno prodotte nei reparti di clorosoda, per via degli anodi di grafite; nell'impianto di pentaclorofenolo, attivo nel secondo dopoguerra; nella produzione di tricloro e tetraclorobenzolo; negli impianti dei PCB e come impurità presenti negli stessi PCB.

Prime verifiche
Fu però solo nel 1980 che si iniziò a considerare la pericolosità della dispersione in ambiente delle peci e dei rifiuti tossici delle produzioni Caffaro. Nei primi anni Ottanta, il Comune di Brescia, attraverso la propria municipalizzata, verificò il forte inquinamento dovuto al tetracloruro di carbonio di alcuni pozzi dell'acquedotto pubblico.

Azienda Caffaro
L’azienda Caffaro interruppe nel 1984 la produzione di PCB e quella autonoma del cloro nel 1997, e con essa l’impiego del mercurio. Oggi la ditta utilizza nel proprio ciclo produttivo cloro proveniente da altri impianti, così da produrre acido cloridrico, clorito di sodio, clorato di sodio, ipoclorito di sodio e cloruro di calcio.

I terreni
La produzione dei composti chimici suddetti ha provocato una contaminazione dei terreni sottostanti da PCB, diossine, furani, mercurio, arsenico, tetracloruro di carbonio (di questi composti il mercurio e l’arsenico non entrano nella catena alimentare).

Area inquinata
Al momento della scoperta dell’inquinamento da PCB è stata circoscritta un’area, divenuta poi il perimetro del Sito di Interesse Nazionale Brescia-Caffaro compreso tra lo stabilimento e il territorio sud dello stesso. Il trasporto dell’inquinante attraverso le rogge che da nord si spostano verso i territori a sud della citta ha fatto si che l’inquinamento si sia esteso anche in terreni non compresi nell’area del Sito di Interesse Nazionale.

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